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mercoledì 3 dicembre 2014

La ricetta tradizionale del mosto cotto

Ripatella 4644.jpg
 

Il mosto cotto è una preparazione a base d'uva le cui origini sono antichissime, infatti un tempo veniva usato al posto dello zucchero.
Ci servirà a Natale per la preparazione di Cartellate e Pettole, i nostri dolci tradizionali.
Il suo gusto agrodolce viene preferito da molti a quello del miele.

Ecco come si prepara:
l'unico ingrediente è l'uva da vino, bianca o nera. Occorrono 10 Kg di uva per ottenere un solo litro di mosto. Se possibile, è meglio procurarsi della frutta coltivata biologicamente, anche perché il prodotto viene ottenuto dopo una lunga cottura e quindi c'è una concentrazione delle sostanze contenute in origine.
La preparazione è semplice, ma richiede una bollitura di circa quattro ore.

1 Lavare bene l'uva ben matura.

2 Staccare gli acini e spremerli in un passaverdure.

3 Versare il succo ottenuto in una pentola di acciaio dopo averlo filtrato con un colino.

4 Portare a bollore e lasciar sobbollire finché il mosto non si sarà addensato raggiungendo la consistenza della sciroppo e un colore bruno caramellato.

5 Travasare in una bottiglia di vetro quando è ancora caldo.

6 Si conserva per mesi ed anche per un anno.

Il mosto cotto accompagna bene i formaggi, i dolci, il gelato.
Un tempo veniva usato anche come sciroppo contro la tosse.


 
Per la ricetta di "Cartellate e Pettole" cliccate qui

domenica 13 aprile 2014

La Pasqua si avvicina: prepariamo i dolci tradizionali!





Con la primavera in Puglia sono tornate le rondini, ovunque  sbocciano mille fiori dai meravigliosi colori e  l'aria profuma di mare.
Presto avranno inizio le festività pasquali precedute dai suggestivi riti della Settimana Santa.

Uno dei dolci tradizionali di questo periodo è la torta di ricotta, un dolce fresco e goloso che non manca mai sulle tavole pugliesi.
Ecco la ricetta:

Torta di ricotta
Ingredienti della Pasta Frolla
300 g di farina
150 g di burro
150 g di zucchero
1 uovo e 1 tuorlo
1 cucchiaino di lievito in polvere per dolci

Per il ripieno
500 g di ricotta
2 uova intere e 2 tuorli
150 g di zucchero
cannella in polvere
1 bicchierino di limoncello
50 g di cioccolato a pezzetti

Preparazione
Impasto rapidamente la farina con il burro a pezzetti, lo zucchero, l'uovo intero e il tuorlo, il cucchiaino di lievito e realizzo una classica pasta frolla con cui fodero una tortiera. Tengo da parte un pezzetto dell'impasto per fare le strisce.
Per il ripieno frullo le 2 uova intere con i tuorli e lo zucchero, aggiungo la ricotta ben scolata dal siero. La profumo con un bicchierino di limoncello e la cannella in polvere. Aggiungo il cioccolato a pezzettini.
La verso sulla pasta frolla, livello bene.
Stendo l'impasto tenuto da parte, ritaglio le strisce che incrocio sulla torta.
Inforno a 180° per 45 minuti circa (la cottura dipende dal forno che si utilizza).

Con la pasta frolla si realizzano altri dolci, il più famoso è la Scarcedda o Scarcella.
Ecco le dosi per realizzarla:
500 g di farina
100 g di olio extravergine di oliva
150 g di zucchero
100 g di latte 
1/2 bustina di lievito
1 uovo


Si impastano gli ingredienti e si realizzano trecce, cestini, colombe abbellite da uova sode. Ogni paese ha la sua variante della ricetta tradizionale.

 Tre scarcelle nella variante senza glassa

La scarcella
È un dolce pasquale tipicamente pugliese. Ha la forma di una ruota (ciambella se si traduce letteralmente la parola scarcella). Questa viene ricoperta di glassa bianca su cui poi vengono adagiati dei piccoli ovetti in cioccolata a scopo decorativo o anche semplicemente delle perline color argento o multicolore. La forma rotonda del dolce in questione affonda le sue radici in un passato molto remoto. Si ritiene che la forma tonda abbia attinenza con la fortuna; inoltre, la scarcella è un dolce che simboleggia la nascita di una nuova vita (da cui poi l'usanza di decorarla con degli ovetti).
Diffusa altresì la tradizione della scarcella decorata con semplici uova sode (quindi non in cioccolata) o addirittura uova dipinte a mano dalle massaie stesse quasi a testimoniare una vena artistica di altri tempi oramai perduti. La preparazione e la cottura in forno delle scarcelle avviene durante la Settimana Santa o addirittura durante la settimana precedente quella in questione. È un dolce il cui profumo pervadeva e pervade le case e le strade durante la settimana di Pasqua soprattutto per via dell'uso dell'ammoniaca. Molto popolare inoltre è l'uso della scorza grattugiata del limone al fine di donare alla scarcella un sapore più aromatizzato.
Fonte Wikipedia


 

 

mercoledì 19 marzo 2014

I falò e le zeppole di San Giuseppe in Puglia

La festa di San Giuseppe in Puglia è ancora molto sentita.
La sera, sia nelle campagne che nei paesi, sopravvive la tradizione di accendere dei grossi falò che illuminano a giorno la notte primaverile e segnano la fine dell'inverno. E' un rito antico, risalente al paganesimo, su cui si è innestata la festa cristiana. Intorno al fuoco si fa musica, si balla e si canta in allegria. Si offrono degustazioni di vino e altre prelibatezze ai passanti che girano per visitare i vari falò, allestiti dai volenterosi abitanti delle contrade o dei quartieri cittadini.
Nel Salento c'è la tradizione delle tavole imbandite che vengono approntate nelle case in onore dei santi (fino a tredici).
I dolci pugliesi dedicati alla ricorrenza sono le Zeppole, una sorta di bignè farciti di crema e amarene.
Senza entrare nell'annosa questione di decidere se sono più buone quelle baresi o le napoletane, ecco la ricetta delle Zeppole baresi:




Zeppole baresi di San Giuseppe






Ingredienti
150 g di Farina 00         
125 g  di strutto (sugna)
250 g di Acqua
1 pizzico di Sale
4 Uova intere                  
Crema pasticcera      
Amarene 


  • Far bollire l'acqua salata con lo strutto e spegnere il fuoco.
  • A fuoco spento aggiungere la farina in una sola volta e mescolare. Riaccendere il fuoco e continuare a rimestare finché non si sentirà un leggero sfrigolio.
  • Spegnere il fuoco, lasciar raffreddare e quindi aggiungere le uova, una alla volta.
  • Mettere il composto così ottenuto in una tasca da pasticcere e ricavare delle ciambelline.

Per quanto riguarda la cottura, c'è chi le frigge subito in olio bollente e chi le inforna in una teglia rivestita di carta antiaderente. Le prime s'inzuppano d'olio e sono poco digeribili. Le seconde sono un po' dure.
Infine c'è un terzo metodo. Si infornano per 10 minuti a 180° per farle gonfiare e asciugare, poi si friggono.
Qualunque metodo preferiate, una volta cotte, le zeppole vanno decorate con crema pasticcera e le deliziose amarene.

Le Tavole di San Giuseppe sono grandi tavolate che le famiglie di alcuni paesi del Salento imbandiscono il 19 marzo di ogni anno in onore di San Giuseppe. Queste tavole sono realizzate con diverse pietanze che vanno dai lampascioni alle "rape", dai "vermiceddhri" (tipo di pasta con cavoli) al pesce fritto, dalle pittule alla zeppola, dal pane a forma di grossa ciambella ai finocchi e alle arance. Il tutto viene consumato a mezzogiorno del 19 marzo dai cosiddetti "santi" impersonati da amici o parenti delle famiglie che vanno da un numero minimo di tre (San Giuseppe, Gesù Bambino e la Madonna) a un numero massimo di tredici, sempre comunque di numero dispari.
Fonte Wikipedia



martedì 11 febbraio 2014

Riso al forno con patate e carciofi

Una tipica ricetta invernale nel segno della migliore tradizione gastronomica pugliese, fatta di preparazioni semplici e ingredienti genuini.

La cottura in forno e la gratinatura renderanno questo piatto particolarmente gustoso. Se poi avete la fortuna di possedere un forno a legna, sentirete che bontà...


Ingredienti per 4 persone
4 carciofi puliti e tagliati a spicchi
250 g di riso che non scuoce (parboiled)
3 patate medie
prezzemolo tritato
sale
pepe
olio extravergine di oliva
formaggio Grana grattugiato
pangrattato


Sul fondo di una teglia su cui avrete spruzzato un po' d'olio, disponete uno strato di carciofi affettati. Salate e pepate.
Coprite i carciofi con il riso.
Affettate le patate e coprite completamente il riso parboiled in modo da formare una sorta di coperchio.
Salate, pepate e aggiungete il prezzemolo tritato.
Spargete il Grana grattugiato e infine coprite tutto con un po' di pangrattato (una volta cotto si formerà una bella crosticina dorata).


Aggiungete la quantità di acqua salata necessaria a raggiungere il livello delle patate.
Infornate a 200° per 45 minuti circa.


Il riso deve essere necessariamente il parboiled perché tiene la cottura altrimenti vi ritroverete con un risultato "colloso" che vi rovinerà la riuscita di questa ricetta.


Se vi interessa un'altra gustosa ricetta di riso al forno, cliccate su Riso con patate e cozze






Curiosità


Artichokes.jpg



Il carciofo (Cynara Scolymus) è una tipica pianta degli ambienti mediterranei. Il suo ciclo naturale è autunno-primaverile: alle prime piogge autunnali le gemme del rizoma si risvegliano ed emettono nuovi getti. I primi capolini sono emessi verso la fine dell'inverno, a partire dal mese di febbraio. In tarda primavera la pianta va in riposo con il disseccamento di tutta la parte aerea.


La storia
La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.
Nel secolo XV il carciofo era già consumato in Italia. Venuto dalla Sicilia, appare in Toscana verso il 1466.
La tradizione dice che fu introdotto in Francia da Caterina de' Medici, la quale gustava volentieri i cuori di carciofo. Sarebbe stata costei che lo portò dall'Italia alla Francia quando si sposò con il re Enrico II di Francia. Luigi XIV era pure un gran consumatore di carciofi.


Componenti
Dopo l'acqua, il componente principale dei carciofi sono i carboidrati, tra i quali si distinguono l'inulina e le fibre.
I minerali principali sono il sodio, il potassio, il fosforo e il calcio.
Tra le vitamine prevale la presenza di B1, B3, e piccole quantità di vitamina C.


La medicina naturale e la fitoterapia usano il carciofo nel trattamento dei disturbi funzionali della cistifellea e del fegato, delle dislipidemie, della dispepsia non infiammatoria e della sindrome dell'intestino irritabile. Lo utilizza inoltre, per il suo sapore amaro, in caso di nausea e vomito, intossicazione, stitichezza e flatulenza. La sua attività depurativa (derivata dall'azione su fegato e sistema biliare e sul processo digestivo) fa sì che venga usata per dermatiti legate ad intossicazioni, artriti e reumatismi.


 Fonte Wikipedia









mercoledì 18 dicembre 2013

Cartellate e Pettole, le ricette dei tipici dolci natalizi pugliesi

Natale in Puglia è un vero tripudio per la gola, una festa di colori e  sapori!


I nostri dolci sono preparati con ingredienti semplici: miele, mandorle, vin cotto di fichi  o di uva, gelatina di mele cotogne, candida glassa di zucchero e ci accompagnano per tutto il periodo delle feste.


In tutta la regione, anche se conosciute con nomi diversi, sono diffuse le cartellate o carteddate  (frunzoli, frinzele, scarole, ncartiddati, scartagghiate). Si tratta di un impasto fatto con farina, olio e vino bianco steso sottilmente, tagliato a losanghe e attorcigliato per formare lievi rose che verranno fritte nell'olio bollente.
Ecco la ricetta:
Ingredienti:
1 kg di farina setacciata
200 g di olio
200 g di vino bianco
1 pizzico di sale
olio per friggere
miele o vincotto

Impastate la farina prima con l'olio riscaldato in un padellino, poi con il vino intiepidito e il sale.
Stendete la pasta in una sfoglia sottilissima, quasi trasparente, e col tagliapasta dentellato ritagliate delle strisce che unirete a formare delle rose. La velocità è essenziale perché se l'impasto si raffredda s'indurisce e diventa difficile da lavorare. Nel caso aiutatevi con un po' d'acqua calda.
Una volta pronte friggetele in abbondante olio d'oliva. Badate che la pasta resti chiara.
Fatele asciugare e passatele, poche per volta, in un tegame colmo di vincotto intiepidito. Disponetele subito dopo in un piatto da portata. In alternativa, la stessa operazione si può fare col miele.
Infine si cospargono con cannella e confettini di zucchero colorato.
Questi dolci si conservano per tutta la durata delle feste, fino all'Epifania .

Questa invece è la ricetta delle "PETTOLE" una sorta di frittelle leggere come nuvole.
Ingredienti:
1 kg di farina setacciata
200 g di patate
25 g di lievito di birra
1 cucchiaino di sale
Lessate le patate, sbucciatele e passatele nel passapatate.
In una ciotola mettete la farina.
Al centro ponete il sale e le patate passate. Sciogliete il lievito in poca acqua tiepida. Aggiungetelo alla farina insieme all'acqua calda sufficiente a formare un impasto morbidissimo. Lasciatelo riposare nella ciotola finché non sarà raddoppiato.  Quando l'impasto sarà ben lievitato, formate delle palline e friggetele in olio abbondante. Servitele calde, spolverizzate con zucchero e cannella o intinte nel miele, nel vincotto di uva o di fichi o nella gelatina di melecotogne .

Curiosità
Il vincotto viene ottenuto dalla spremitura dell'uva e da una lunga cottura che lo porterà a restringersi fino a diventare uno sciroppo scuro e dolce, ottimo da gustare nella stagione fredda. Per ottenere un litro di vin cotto sono necessari 10 kg di uva e parecchie ore di bollitura a fuoco lento. Il suo gusto agrodolce è preferito da molti a quello del miele.

I Romani usavano il mosto cotto come ingrediente per arricchire carni ed altri piatti e nelle torte come edulcorante; prima che venisse introdotto l'uso dello zucchero di canna veniva anche mischiato al miele. Usavano anche il mosto cotto diluito con acqua come una dolce bibita energetica, o come base per creare un "vino" romano fortemente inebriante. La cucina di Apicio
( I° scec. d. C.) fa largo uso di defrutum. Il succo di frutti dolci (melacotogna, fichi, carrube) nell’antico Occidente veniva bollito e concentrato ottenendo così altre tipologie di mosto cotto che non è un vincotto in quanto non deriva dall’uva.
Tradizionalmente in Puglia è utilizzato per la preparazione di molteplici prodotti della tradizione, tra i quali spiccano le tipiche "pittule", i taralli neri, i "mustazzoli" e le "Carteddate" le famose cartellate pugliesi, rose fatte con un impasto particolare lavorato con olio e lievito e che vengono poi fritte e ricoperte con il Vincotto o "Cuettu". Con il vincotto inoltre, si preparavano già in età grecoromana e medievale ottime granite utilizzando la neve compressa nelle "neviere", grotte appositamente scavate nel sottosuolo per stipare questa rara precipitazione atmosferica dal momento che a quel tempo, nell’area della mite Terra d’Otranto, non esisteva altro modo per procurarsi il ghiaccio. Il vincotto è ricco di polifenoli antiossidanti benefici per la salute.
Fonte Wikipedia

 

 

lunedì 16 settembre 2013

La "Cialledda" un piatto estivo freschissimo e gustoso

Con questo termine si vuole indicare un piatto della cucina contadina pugliese, a base di pomodori, che un tempo veniva preparato in estate per utilizzare i tozzi di pane raffermo che altrimenti avrebbero dovuto essere gettati via.
"Il pane non si butta" era l'insegnamento delle madri avvezze a lavorare duramente per sfamare la famiglia, e quando non avevano altro da mettere in tavola preparavano "ne cialledd".
All'epoca, il pane cotto nel forno a legna era l'alimento base dell'alimentazione delle classi più umili tanto che ancora adesso, secondo i nostri anziani, sprecarlo "è peccato".
Oggi se ne consuma sempre meno, e spesso per fare la cialledda si usano le friselle o i taralloni scaldati in forno, ma, volendo seguire la tradizione, si può preparare un gustoso piatto di riciclo del pane avanzato in settimana.
Molti ristoranti lo ripropongono anche, nelle sue infinite varianti, a beneficio dei turisti.

Per un piatto di cialledda occorrono:

4 o 5 pomodorini verdi
sale 
olio extravergine di oliva
origano
acqua
qualche fettina di cipolla, se piace
pane pugliese raffermo con la crosta

La preparazione è semplicissima.
Lavare i pomodori, affettarli e adagiarli in un piatto fondo
condirli con sale, olio e origano e poca cipolla affettata
aggiungere il pane raffermo a pezzetti e acqua fredda a filo
lasciare insaporire per qualche minuto
consumare prima che il pane s'impregni troppo.

Alcuni vi aggiungono anche gambetti di sedano o un cetriolo affettato.

Frisella 0000.jpgLa frisella, chiamata anche il pane dei Crociati perché favorì il vettovagliamento delle truppe in Terra Santa, viene preparata con farina di grano duro o di orzo, anche mescolate fra loro.
Si tratta di un tarallo che viene cotto in forno.
A metà cottura viene sfornato, tagliato a metà e infornato nuovamente fino a cottura definitiva.
Grazie a questa doppia cottura, può essere conservato per mesi.
Un tempo le friselle venivano infilate in una cordicella a formare una collana che poteva essere facilmente trasportata, oppure conservate in un grosso orcio di terracotta chiamato "capasone".
Oggi le possiamo trovare nei supermercati racchiuse in buste di plastica.
Oltre che nella cialledda, la frisella (frisedd) viene consumata anche da sola, bagnata con poca acqua nella parte ruvida e condita semplicemente con pomodoro, sale, origano e olio.
Le friselle vengono consumate tutto l'anno, in special modo in estate,  e sono preferite in quelle situazioni che sconsigliano il consumo di pane fresco, ad esempio dai marinai che partono per le battute di pesca.




venerdì 2 agosto 2013

Focaccia Blues: quando una focacceria pugliese sconfisse McDonald's


Il film

E' del 2009 il film documentario che narra la vicenda riportata nel titolo.
Ad Altamura, cittadina della provincia barese famosa per il suo pane DOC, nel 2001 aprì il primo Fast Food McDonald's che dopo appena un anno fu costretto a chiudere per mancanza di clienti. Infatti, in contemporanea,  aveva aperto  i battenti poco lontano la focacceria  dei fratelli Luca e Giuseppe Di Gesù.  La storia, ripresa dai giornali, fece ben presto il giro del mondo tanto da ispirare il film a cui hanno preso parte personaggi del calibro di Renzo Arbore, Lino Banfi, Michele Placido.

La tradizione

TriticumE' indubbio che la focaccia, realizzata con farina di grano tenero o semola di grano duro, sia uno degli alimenti più apprezzati dai pugliesi e poiché si può mangiare anche fredda, non manca mai di accompagnare le scampagnate o le serate fra amici. La si può trovare appena sfornata in tutte le panetterie sia la mattina che la sera.
Ogni paese, anzi ogni famiglia ha la sua ricetta, ed io vi darò la mia personale. Fondamentalmente gli ingredienti si possono ricondurre  a un impasto di farina, acqua, lievito, sale e olio. Molti aggiungono anche una patata lessata che renderà la focaccia più saporita, ma non è indispensabile. Anche il condimento può variare secondo il gusto personale, dai pomodori rossi alle cipolle, oppure risultare assente su quella bianca che è ricoperta solo con una manciata di sale grosso e rosmarino.


Ecco la mia ricetta:

Ingredienti dell'impasto
500 g di farina 00
100 g di semola di grano duro
1 patata media
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
1 cubetto di lievito di birra da 25 g
1 cucchiaio pieno di sale fino
acqua quanto basta per impastare.

Per condire
una decina di pomodorini rossi
una manciata di olive nere
origano
capperi

Esecuzione
  • Setacciata la farina sulla spianatoia di legno, eseguite al centro la classica fontana e ponetevi la patata lessata e schiacciata con la forchetta. Aggiungete il sale e l'olio. Nel frattempo avrete posto a scaldare sul fuoco 400/500 ml d'acqua in un pentolino. Sciogliete il lievito di birra in una tazza con l'aiuto di un po' d'acqua calda e aggiungete un pizzico di zucchero per migliorare la lievitazione.
  • Versate il lievito al centro della fontana e lavorate energicamente aiutandovi con tutta l'acqua necessaria ad ottenere un impasto morbido ed elastico.
  • Versate abbondante olio in una larga teglia. Stendetevi l'impasto e lasciatelo riposare per un paio d'ore. D'estate la lievitazione è più veloce. 
  • Intanto preparate il condimento: lavate i pomodorini e tagliateli a metà.
  • Scaldate il forno a 200°.
  • Quando l'impasto è bello gonfio affondateci dentro i pomodori e le olive a intervalli regolari. Spargete l'origano e i capperi. Salate leggermente e condite con un filo d'olio.
  • Infornate per un'ora.

Pane di Altamura
Pane di Altamura
      

Curiosità
La farina è il prodotto ottenuto dalla macinazione di cereali o di altri prodotti. La semola è una farina di granulometria maggiore dove i singoli componenti sono di forma arrotondata e con presenza di poca polvere. es.: zucchero semolato, o semola di grano duro.
Nell'uso comune, il termine farina serve ad indicare quella di grano e in particolar modo quella di grano tenero, mentre si usa la parola semola per la farina di grano duro. Per il loro ruolo nella fabbricazione di pane e di pasta, queste sono infatti le più diffuse nel mondo, tutelate dalle leggi dei diversi paesi. La legge italiana ne stabilisce chiaramente caratteristiche ed eventuali denominazioni con il Decreto del Presidente della Repubblica n.187 del 9 febbraio 2001[1]. Fonte Wikipedia

Se avete dubbi o domande sulla ricetta, non esitate a chiedere chiarimenti usando il modulo commenti o scrivendo all'e-mail, sarò felice di rispondervi.

domenica 30 giugno 2013

Ricette d'estate ... ovvero il ritorno della vispa Teresa


Divagazioni ai fornelli fra cugine ritrovate e letture estive


È l’alba. Dalla finestra aperta, osservo  il mare calmo rivestirsi di luce e rivelare preziose trasparenze di turchese e smeraldo.  L’immensa distesa d'acqua s’increspa, baciata dolcemente dalla brezza mattutina, fino a fondersi in lontananza con l’orizzonte. Respiro profondamente il profumo salmastro, e ancora una volta mi sento in pace con me stessa, immersa nella grande quiete marina che accompagna la nascita di un nuovo giorno.
Sono persa in un dolce sogno a occhi aperti, quando lo squillo importuno del telefono mi riporta bruscamente alla realtà.

All’altro capo della linea c’è mia cugina, la vispa Teresa, che m’informa, con la sua solita incontenibile energia,  che arriverà in giornata, più o meno all’ora di pranzo e si fermerà per il week end.

“Potevi avvisarmi prima …” le rispondo seccata.

“Scusa, l’abbiamo deciso all’improvviso … avevo tanta nostalgia.”

La capisco, non è stato facile lasciare casa e affetti per trasferirsi nella fredda Germania. Ma per amore, si sa, noi donne siamo disposte a tutto, e Terry è davvero innamorata persa del suo Max. E lui di lei. E poi ci sono i bambini: tre pestiferi pargoletti che aggiunti al mio piccolo campione possono diventare più distruttivi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse … brrr … nonostante il caldo, sento un brivido gelido serpeggiarmi  lungo la schiena. Altro che mattinata in spiaggia …  in attesa che cali su di me l’orda barbarica, sarà bene darsi da fare.

La mia cuginetta è vegetariana, ma non è un problema: le mie ricette estive sono quasi tutte a base di verdure. Innanzi tutto preparerò le Zucchine marinate all’aceto.

Proprio ieri ne avevo comprato un chilo, di quelle lunghe e sode. Dopo averle lavate, spuntate e tagliate a rondelle, le ho adagiate sulla spianatoia di legno e, rivoltandole di tanto in tanto, le ho lasciate sotto il sole cocente per un giorno.  Adesso che sono secche, non mi resta che friggerle in olio bollente. Ben presto assumono un bel colore giallo dorato: sono pronte! Le metto in una ciotola e le condisco con sale, abbondante aceto, poco aglio e tanta menta fresca che è indispensabile per questa ricetta. Io ne ho sempre una buona scorta poiché la coltivo sul terrazzo. Ci vorrà qualche ora per far insaporire le zucchine, ma per il pranzo saranno perfette e poi so che Teresa le adora ...

Voglio preparargliele anche grigliate.

Scelgo sempre zucchine sottili che taglio per il lungo a fettine spesse pochi millimetri. Le griglio sulla piastra calda, pochi minuti per parte, salandole.  Quando sono cotte, le adagio in una teglia e condisco ogni strato con menta, origano, pepe, aceto, poco sale. Infine una spruzzatina di olio.

Sono leggere, profumatissime e molto appetitose.

Ora è il momento di pensare al primo piatto. Una bella insalata di pasta con melanzane, mozzarella e pomodori secchi dovrebbe risolvere il problema.

Lavo due melanzane medie, le taglio a cubetti e le immergo nell’acqua salata per mezz’ora perché perdano l’amarognolo.

Nel frattempo metto a bollire l’acqua per cuocere la pasta e taglio a listarelle 50 g di pomodori secchi ben scolati dall’olio di conservazione.

Faccio imbiondire uno spicchio d’aglio e un cipollotto fresco e lo soffriggo per qualche minuto con i cubetti di melanzane, poi elimino l’aglio e lascio cuocere il tutto, dopo aver salato, aggiungendo un po’ d’acqua calda.

Per la pasta ho scelto le penne rigate, che accolgono bene il condimento, e sto attenta che siano cotte al dente. Quando sono pronte le metto in una zuppiera e le lascio raffreddare. Poi aggiungo i pomodori e le melanzane, i pezzetti di mozzarella, e infine una bella spolverata di origano.

Metto tutto in frigo.

Per i bambini voglio preparare una fresca merenda: i biscotti-gelato.

Dalla dispensa prelevo dei biscotti secchi. In una teglia bassa li dispongo in quattro file a faccia in giù contando fino a sedici. Per il ripieno monto a neve fermissima 250 g di panna e la metto in frigo. A parte frullo due  tuorli d’uovo con 50 g di zucchero a velo. Con molta delicatezza incorporo la crema ottenuta alla panna montata, facendo attenzione che non si smonti.  Livello per bene e ricopro con uno strato di biscotti facendo attenzione che corrispondano a quelli sotto e li metto in freezer dove resteranno per qualche ora.

I biscotti-gelato sono come le ciliegie, uno tira l’altro, e risultano pericolosissimi per la linea, perciò noi adulti, sempre in lite con la bilancia, dovremo accontentarci di una granita di limone.

Una serie di energiche scampanellate segnala l’arrivo degli ospiti e nel giro di pochi secondi mi ritrovo stritolata in un caldo abbraccio di famiglia. Chi l’ha detto che i tedeschi sono freddi? Il gigantesco Max mi solleva praticamente da terra per la gioia di vedermi e la mia cuginetta ... ah,  è proprio un amore! Bionda e nordica per quanto io sono bruna e mediterranea, mi stringe forte come se non ci vedessimo da anni, mentre invece sono trascorsi solo pochi mesi dall’ultimo incontro. 

“Ma dove la troverete tanta energia col caldo che fa?” brontolo mentre cerco di riprendere fiato. In realtà sono felicissima di riaverli con me.

Essendo coetanee, io e Teresa siamo cresciute insieme come sorelle. Ci basta uno sguardo e un sorriso per ristabilire l’antica complicità. Dopo i saluti, i pargoli hanno invaso la casa con la forza rovinosa di uno sciame di cavallette, ma per fortuna ho già messo in salvo gli oggetti più fragili.

Come Dio vuole,  ci mettiamo a tavola e il pranzo si svolge tranquillamente in un vociare placido e festoso. Teresa mangia di gusto, finché, mentre sbocconcella una fetta di pane fatto in casa, non le viene in mente di chiedere: - È fatto con farina biologica, vero?

"Naturale, rispondo candida, in più ho sorvegliato personalmente che il grano fosse molito su macine rigorosamente di pietra."

Mi guarda un attimo, perplessa, ma sarà per la stanchezza del viaggio o per i bambini che fanno baccano, non coglie la mia ironia. Io scuoto la testa … come se in un piccolo supermercato di provincia fosse facile trovare prodotti biologici … non sa che qui abbiamo abbondanza di sole, mare, vento e poco altro?

Dopo pranzo, i maschietti scendono in spiaggia e noi ne approfittiamo per riposare un po’. Non posso resistere: poco dopo mi alzo e dò un’occhiata ai libri che Terry mi ha portato in regalo.

Il primo è “Quello che mi piace di te” di Beth Kery. Leggo la trama: Lucien Sauvage (sauvage sta per selvaggio, però … il nome promette bene) è bello, ricchissimo, uno degli imprenditori più affermati di Chicago ( eh ti pareva!). È anche un amante dei piaceri della vita, (ovvio, no?) tant'è che il Fusion, il ristorante più alla moda della città, costruito in cima allo spettacolare grattacielo della Noble Enterprises, è una sua creazione, dall'arredamento minimal chic alla scelta dell'impeccabile personale. Quando Lucien scopre il suo capo chef che flirta spudoratamente con una giovane apprendista, va su tutte le furie: la ragazza che si fa corteggiare non è altri che Elise Martin, conosciuta quando viveva a Parigi, e di cui aveva perso le tracce. Lei è a sua volta una ricca ereditiera, (di bene in meglio) col pallino della cucina: chiaro che la sua presenza a Chicago, nel ristorante di Lucien, non è un caso ma una provocazione. Furente di rabbia (o si chiama forse gelosia?), Lucien fa di tutto per rendere impossibile l'apprendistato culinario di Elise. Comincia così, tra estenuanti scaramucce e solenni dichiarazioni di reciproco odio, una guerra senza esclusione di colpi, fino a che verrà a galla il segreto che lega Lucien e Elise fin dai tempi di Parigi. E che rischia di essere molto pericoloso per entrambi. Pericoloso quasi come l'amore.

Bella trama! Nei romance, visto che il finale è scontato, la parte che mi piace di più è quella delle schermaglie e queste mi sembrano proprio gustose. Inoltre, pare che il romanzo sia piuttosto "piccante".

Il secondo invece s’intitola: “La ricetta segreta dell’amore”di Beth Ciotta.

Chloe Madison ha trent'anni, un fisico da modella (sai che sorpresa...) e un diploma di chef (ma   guarda un po'...). Peccato che abbia anche una grossa delusione d'amore da dimenticare. È l'occasione perfetta per mollare tutto, lasciare New York e ripartire da zero ( classico cliché dei romanzi chick lit). Con una nuova vita e un nuovo lavoro... a Sugar Creek, un paesino sperduto nel Vermont. Che cosa c'è di più dolce che cucinare per Daisy, una simpatica vecchietta che va matta per i cupcake? Che cosa c'è di più seducente della pasticceria? Solo una cosa: Devlin Monroe, l'uomo più sexy e inaccessibile del paese... Al contrario della nonna, l'eccentrica e gaudente Daisy che ha dato ospitalità a Chloe, Devlin è tutto casa e azienda: ha troppo da fare per lasciarsi tentare dai piaceri dell'esistenza. Almeno fino a quando conosce la nuova arrivata. Come può resistere di fronte a una ragazza così piena di passione, e non solo tra i fornelli? Ma vecchi segreti di famiglia rischiano di stroncare sul nascere la storia tra Chloe e Devlin, che deve decidere se i suoi sentimenti sono la ricetta di un disastro oppure un delizioso peccato che durerà per sempre...

Non molto originale, ma davvero carino.
Ah, la mia cuginetta ha scelto bene! L’estate, che già si annuncia bollente, diventerà torrida con queste letture. Non vedo l’ora.

Intanto la sento rovistare in cucina e aprire lo sportello della dispensa, quello che cigola sinistramente come la porta di una casa infestata dagli spettri.

Ohps! Presto scoprirà che di farina biologica non c’è neanche l’ombra. Infatti, se ne esce in una serie di esclamazioni che culminano in un urlo degno di Tarzan:

“Lilianaaaaaaaaaaaaaaa”







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sabato 16 marzo 2013

Orecchiette alle cime di rape


 
Le orecchiette, chiamate anche chiancarelle, minghieridd o recchietedd sono realizzate rigorosamente a mano, con la semola di grano duro, e rappresentano il piatto più conosciuto della tradizione gastronomica pugliese.  
Di norma vengono preparate il sabato e lasciate seccare all'aria sulla spianatoia di legno, in attesa del pranzo festivo. La mattina della domenica si procede con la preparazione del ragù che viene lasciato cuocere a fuoco dolcissimo per almeno tre ore, finchè la carne non si sfalda.   
Grazie alla loro forma concava, le ruvide cupolette raccolgono molto bene il sugo.
Gli strascinati invece sono una versione realizzata senza cupola.

Il nome e la preparazione cambiano anche in base alla zona in cui si vive.

Un tempo si usava preparare un'orecchietta più grande e mescolarla alle altre. Chi la trovava nel piatto, veniva soprannominato " u minghierul" fra gli scherzi e le risate dei commensali perchè quel nome indicava un sempliciotto.


A Cisternino, incantevole paesino della Valle d'Itria, si realizzano con grano tenero  poco raffinato, sono più grandi e prendono il nome di "recch'd'privt" ovvero orecchie di preti. Tradizionalmente si condiscono con ragù di coniglio.
Se invece si preferisce un sugo senza carne, si può optare  per la ricotta forte, che è un tipo di formaggio spalmabile, piccante, ottenuto dopo una speciale lavorazione della ricotta. Un cucchiaio aggiunto a fine cottura, conferirà al condimento un gusto particolare.

Una ricetta  molto veloce da realizzare è quella con le cime di rape.


Ingredienti x 4 persone

400 g di orecchiette
600 g di rape
5 cucchiai di olio extravergine di oliva
4 alici dissalate o in olio
peperoncino (se piace)
2 spicchi d'aglio

Mettete l'acqua a bollire in una grossa pentola e nel frattempo pulite le rape. Prendete soltanto le cime più tenere con l'aggiunta di qualche fogliolina e lavatele bene.
Quando l'acqua bolle, salate, versate le rape e lasciatele bollire per un paio di minuti. Aggiungete le orecchiette e mescolate bene.

Nel frattempo, in una padella di ferro versate l'olio, gli spicchi d'aglio, le alici e il peperoncino. Quando l'olio inizia a sfrigolare, mescolate finchè le alici non si sciolgono. Lasciate imbiondire l'aglio, poi toglietelo.

Scolate le rape con le orecchiette e versatevi sopra l'olio bollente. Mescolate tutto e servite. 

Con questo piatto così saporito, si accompagna bene un ottimo vino rosso come il nostro Primitivo.